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01 - 2009

IMMUNITA’ & TRAPIANTI

Nardis C., PhD

chiaranardis@hotmail.com
nardischiara2@gmail.com

Come è ben noto, il termine trapianto indica la procedura di espianto di organi o tessuti da un individuo e il loro innesto in un altro. Il soggetto che fornisce il tessuto da trapiantare, ovvero l’espianto, viene indicato come donatore, mentre il destinatario dell’innesto, il tessuto trapiantato, viene definito ricevente od ospite.

Sebbene i primi tentativi di trapianto risalgano a tempi molto lontani, l’impulso allo sviluppo della moderna trapiantologia venne dalla seconda guerra mondiale e dalla battaglia d’Inghilterra. I piloti inglesi presentavano infatti spesso gravi ustioni a seguito di incidenti sul campo di guerra e poiché la mortalità negli ustionati è direttamente proporzionale all’estensione della superficie cutanea interessata e la sopravvivenza può essere notevolmente migliorata sostituendo la cute danneggiata, i medici inglesi ricorsero al trapianto cutaneo da un individuo ad un altro a fini terapeutici.
I tentativi di rimpiazzare il tegumento danneggiato con lembi cutanei provenienti da donatori occasionali si risolveva però invariabilmente con un insuccesso: nel giro di pochi giorni infatti la cute trapiantata andava regolarmente incontro a necrosi e si distaccava.
Questo problema spinse molti ricercatori, tra cui Peter Medawar, a studiare il trapianto di cute in modelli animali. Gli esperimenti successivi condotti su cavie, topi ed altri modelli animali portarono alla conclusione che il mancato attecchimento del trapianto cutaneo era dovuto ad una reazione infiammatoria, che fu denominata rigetto; fatto ancora più importante, molte caratteristiche di tale reazione suggerivano che il rigetto fosse una manifestazione dell’immunità.

La funzione del sistema immunitario, normalmente, è di proteggere l’ organismo dagli attacchi esterni attraverso la distruzione di cellule estranee all’organismo (batteri, virus, cellule tumorali, molecole estranee). Ciò indicava che il sistema immunitario reagisce al tessuto od organo trapiantato riconoscendolo come sostanza estranea, distruggendolo e determinando in tal modo il fallimento del trapianto.
Poiché le reazioni cellulo-mediate sono le più coinvolte nei meccanismi di rigetto degli organi trapiantati, fu così che la maggior parte degli studi sui trapianti venne focalizzata sulla risposta dei linfociti T.
Ma come fanno i linfociti T a riconoscere e distruggere le molecole estranee? Vi sono alcune cellule, le cosiddette cellule presentanti l’antigene o APC (cell presenting antigens, quali ad esempio i macrofagi), che riconoscono le molecole estranee per la presenza sulla loro superficie di recettori specifici (sistema MHC), con le quali legano tali sostanze sulla superficie cellulare, le trasportano all’interno della cellula e qui vengono degradate. A questo punto le brevi sequenze aminoacidiche o carboidratiche derivate dalla degradazione enzimatica vengono esposte sulla superficie cellulare e presentate ai linfociti T. I linfociti T riconoscono tali sequenze come estranee, quindi si attivano ed iniziano così una cascata di reazioni immunitarie che portano alla distruzione delle molecole estranee. E tra queste rientrano gli organi o tessuti trapiantati che non presentano caratteristiche self, ovvero che risultano estranee all’individuo ricevente.

George Snell, studiando i meccanismi di rigetto di tessuti trapiantati, fu in grado di scoprire il sistema MHC nei topi. Il sistema MHC, o complesso maggiore di istocompatibilità, è una regione genica costituita da geni altamente polimorfi, i cui prodotti sono espressi sulla superficie di molti tipi cellulari.
I prodotti di questi geni legano molecole estranee e le presentano ai linfociti, assumendo quindi un ruolo fondamentale nella riuscita di un trapianto.
Egli osservò che in topi di ceppi diversi, cioè in topi con sequenze nucleotidiche diverse, i trapianti di cute venivano rigettati, poiché l’espianto veniva riconosciuto come estraneo, mentre invece in topi geneticamente identici tra loro il trapianto veniva accettato, come accadeva se il trapianto veniva eseguito tra parti diverse del corpo dello stesso animale.
Fu così possibile distinguere diversi tipi di trapianto: il trapianto di un organo o tessuto in uno stesso individuo è denominato trapianto autologo, il trapianto tra individui geneticamente identici è definito trapianto singenico, un trapianto tra individui geneticamente diversi, ma appartenenti alla stessa specie è indicato come trapianto omologo o allogenico, infine un trapianto tra individui di specie diverse è detto trapianto eterologo o xenotrapianto.
L’allevamento di topi congenici, topi che differiscono tra loro solamente per i geni responsabili del rigetto dei trapianti, mise in luce il fatto che, sebbene molti geni diversi possano contribuire al rigetto, una sola regione genica è responsabile di tale meccanismo, la regione di istocompatibilità di topi 2, o più semplicemente H-2.
In seguito si osservò che durante l’incrocio di ceppi di topi diversi si verificavano nel locus H-2, ovvero nella regione genica di H-2, ricombinazioni occasionali: questo dimostrava che tale locus conteneva in realtà molti geni diversi, seppure strettamente associati, ognuno dei quali coinvolto nel rigetto del trapianto.
La regione H-2 del topo è omologa ai geni che determinano il destino di un trapianto anche in altri animali: tutti questi geni sono raggruppati sotto il nome generico di “Complesso Maggiore di Istocompatibilità (MHC)”.
Nell’uomo, attualmente, il successo di un trapianto è dato dalla compatibilità tra due individui, stabilita in base a compatibilità di gruppo sanguigno, ad assenza di anticorpi diretti verso le cellule del donatore e tipizzazione HLA, ovvero la tipizzazione delle molecole codificate dalla regione genica del Complesso Maggiore di Istocompatibilità.
I trapianti più diffusi nell’uomo sono quelli che riguardano: cuore, fegato, polmone, rene, pancreas e intestino.

Attualmente durante i trapianti e' necessario somministrare farmaci immunosoppressori, come ad esempio ciclosporina, tacrolimus, azatioprina, prednisone, al momento l'unico rimedio insostituibile per evitare il rigetto dell'organo trapiantato. Gli immunosoppressori, che attualmente devono essere somministrati per il resto della vita del ricevente, hanno però anche effetti collaterali tossici, effetti che sono particolarmente pesanti nei bambini. Lo studio approfondito di dei meccanismi coinvolti nella regolazione della risposta immunologica ai trapianti, potrebbe gettare nuova luce sui meccanismi di tolleranza verso l’innesto, e in questo modo potrebbe incrementare la percentuale di sopravvivenza e la qualità di vita nei soggetti trapiantati.

REFERENZE

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